Racconta Giorgio Vasari che l’invenzione della calcografia, strettamente dipendente dall’arte del niello, spetterebbe all’orafo fiorentino Maso Finiguerra (1426-1464), che intorno al sesto decennio del XV secolo avrebbe sperimentato per primo stampe da lastre di rame incise a bulino. Per quanto la notizia debba essere fortemente ridimensionata, non per questo risulta meno prezioso il resoconto circa l’abitudine di Finiguerra di ricavare dai propri nielli calchi in zolfo e stampe su carta, attraverso un complesso procedimento che di fatto si avvicinava alla tecnica calcografica.

Che cos’è la calcografia? La calcografia è una tecnica di stampa da incisioni in cavo di matrici metalliche, che potevano essere incise direttamente (bulino, ma anche niello, maniera nera, puntasecca) oppure con acidi (acquaforte, acquatinta, cera molle). Questa tecnica è denominata ‘in cavo’ perché l’inchiostro di stampa penetra nei solchi formati per azione del bulino o di un acido.

Nell’incisione a bulino l’immagine è scavata sulla lastra metallica con un sottile scalpello con punta in acciaio (bulino). Poi la lastra viene inchiostrata e ripulita, affinché l’inchiostro rimanga solo sulle parti incise. La stampa è infine ottenuta tramite la pressione esercitata da un apposito torchio su fogli preventivamente inumiditi.

Nell’incisione ad acquaforte, invece, la lastra metallica viene coperta da un sottile strato di cera oppure di vernice. In seguito si asporta il materiale protettivo perché restino scoperte solo le parti da stampare. Il passaggio successivo prevede che si immerga la lastra in acquaforte, una soluzione di acqua e acido nitrico o cloruro di ferro, più adatto per il rame, che corrode le parti rimaste prive di protezione (morsura). La lastra – una volta tolta dall’acido, asciugata e liberata dai residui di cera o vernice – può essere inchiostrata e passata al torchio.